Il modo in cui stiamo in relazione con gli altri ha un grande impatto rispetto a quello che pensiamo di noi stessi. Siamo essere relazionali e attraverso le relazioni conosciamo noi stessi, gli altri, il mondo. Attraverso le interazioni con le figure genitoriali impariamo a dare un senso al nostro mondo interno a al mondo esterno, impariamo a comprendere i nostri pensieri e le nostre emozioni e nel farlo iniziamo a sviluppare un senso di chi siamo. Dal momento in cui veniamo al mondo la nostra sopravvivenza dipende dalle cure che riceviamo e dunque essere in relazione con gli altri è prima di tutto un imperativo biologico. La vicinanza fisica ed emotiva con gli altri non è però essenziale solo per sopravvivere: è una condizione indispensabile anche per il nostro benessere emotivo e relazionale.
Attraverso le relazioni, per esempio, possiamo imparare su noi stessi che siamo amabili, importanti, meritevoli di amore. A proposito degli altri possiamo apprendere che ci si può fidare e affidare, che ci sono altre persone disponibili a fornirci conforto e protezione quando ne abbiamo bisogno, che qualcuno sarà in grado di accogliere e comprendere i nostri sentimenti e che ci calmerà quando saremo in difficoltà. Delle relazioni possiamo imparare a credere che i nostri bisogni, i nostri sentimenti possono essere espressi e soddisfatti e che le relazioni sopravvivono anche agli scontri e alle incomprensioni.
Cosa succede invece quando nelle nostre relazioni primarie qualcosa non funziona? La qualità delle relazioni primarie definisce chi siamo, nel bene e nel male, incide profondamente nel modo in cui ci relazioniamo con gli altri. Ci siamo sentiti al sicuro? Ci siamo sentiti visti, amati, compresi e rispettati dalle persone che si prendevano cura di noi e dalle quali dipendeva la nostra sopravvivenza? Ci è stato permesso di esprimere le nostre emozioni? Se la risposta è affermativa probabilmente abbiamo sviluppato un’idea abbastanza positiva di noi stessi e degli altri e le relazioni intime non ci spaventano, il nostro stile di attaccamento sarà “sicuro”. Molte persone, durante la loro infanzia, vivono invece esperienze relazionali contrassegnate da genitori fisicamente o emotivamente distanti o eccessivamente invadenti. Sono esperienze potenzialmente traumatiche perché in genere accompagnate da emozioni intense e difficile da regolare. In queste circostanze è altamente probabile sviluppare uno stile attaccamento di tipo “insicuro”, caratterizzato da sentimenti profondi di ansia e insicurezza rispetto alla stabilità delle proprie relazioni (attaccamento insicuro ansioso-ambivalente) o da sentimenti piuttosto svalutanti rispetto all’importanza delle relazioni e delle emozioni (attaccamento evitante).
In presenza di abuso, maltrattamenti e trascuratezza fisica ed emotiva la situazione è ancora più complessa. Le esperienze infantili sfavorevoli avranno un impatto negativo non solo sul nostro sviluppo ma sul nostro complessivo benessere fisico, emotivo e psicologico. Con quali effetti? Per esempio, con la difficoltà di definire dei sani confini con gli altri, con quella di esprimere i nostri sentimenti e bisogni, di fidarci degli altri e di sentirci al sicuro, così come potremmo sentirci molto sfiduciati e disincantati rispetto alle relazioni o – al contrario – dipendere costantemente degli altri per sentirci amabili (attaccamento disorganizzato). Nelle relazioni, le persone hanno spesso la sensazione di ricadere più e più volte negli stessi schemi (“…le mie storie finiscono sempre così…”, “…non incontro mai la persona giusta…” “capitano tutti a me!”) e di ritrovarsi coinvolte sempre in relazioni difficili e dolorose. Ciò accade perché la tendenza è solitamente quella di ripetere le esperienze non elaborate e non risolte: meno siamo consapevoli del modo in cui il nostro passato influenza il nostro presente e maggiore è la probabilità con cui tenderemo a ripetere in modo automatico e del tutto inconsapevole gli stessi schemi perchè sono i soli di cui abbiamo fatto esperienza e che per noi sono familiari.
È importante tenere a mente che le relazioni potenzialmente traumatiche non sono solo quelle che abbiamo vissuto durante la nostra infanzia ma anche quelle vissute da adulti. Ad esempio il tradimento di un partner o di una persona per noi significativa può renderci difficile avere ancora fiducia negli altri. Un primo passo importante per riconquistare un senso di sicurezza, fiducia e connessione con noi stessi e con gli altri è prendersi del tempo per riconoscere, sentire ed elaborare i sentimenti, i ricordi e le sensazioni che si accompagnano alle nostre esperienze di perdita, al mancato riconoscimento dei nostri bisogni, alle nostre paure e ferite più profonde. Per migliorare le relazioni che abbiamo con gli altri dobbiamo prima di tutto imparare a migliorare la relazione che abbiamo con noi stessi, è un processo che richiede consapevolezza, tolleranza e accettazione dei nostri aspetti più fragili, quelli che abbiamo imparato a nascondere e a non amare. La relazione terapeutica può essere una formidabile occasione per intraprendere questo lavoro su di noi, in un contesto sicuro, collaborativo, empatico e non giudicante. La terapia offre inoltre uno spazio di sicurezza e di supporto in cui esplorare, affrontare ed elaborare l’impatto che le esperienze passate hanno sulla nostra vita attuale e sulle nostre relazioni. Perché se è vero che non possiamo cambiare il passato è altrettanto vero che possiamo cambiare la relazione che abbiamo con esso e rigiocarci la possibilità di ristabilire un senso di sicurezza e connessione con noi stessi, con gli altri e con il mondo.